"Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga nella natura umana". G. Leopardi
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venerdì 22 febbraio 2013

Voglio il TFA speciale per quelli migliori di me


Pubblico qui (dopo anni di inattività) la lettera che ho scritto ai miei "compagni" di TFA. L'ho scritta dopo aver letto una petizione di alcuni colleghi che chiedevano di abolire il TFA speciale.


Cari colleghi

Ho letto la petizione che ci è stato chiesto di sottoscrivere per bloccare l’iter di avviamento dei TFA speciali, riservati a chi ha almeno tre anni di servizio come docente (detto bene: 3x180 giorni). Espongo qui le obiezioni che per prime mi sono venute in mente. Non sono un’esperta, ma se ne può parlare anche tra persone comuni.

1) Abbiamo passato una selezione aspra, è vero. Ma l’abbiamo chiamata aspra perché il test iniziale era assai carente: errori, definizioni prese da Wikipedia, nozionismo puro. Io l’ho passato solo perché mi ero laureata qualche mese prima, per cui me la cavavo col nozionismo. Amici più grandi di me, non meno preparati (il voto di laurea varrà qualcosa? Tanto più nella stessa università e facoltà sarà pur comparabile, no? Perché la loro competenza dovrebbe essere “mai comprovata” come si dice nella lettera?), non hanno passato il test semplicemente perché da qualche anno insegnano secondo i programmi, i quali non richiedono ad esempio di attribuire agli autori citazioni fuori contesto. Così, per solo un punto in meno di me, non sono stati ammessi, ma sono insegnanti certo migliori di me.

2) Chi insegna da almeno tre anni avrà imparato qualcosa?
Magari si tratta di gente svogliatissima, che si è iscritta in graduatoria di terza fascia solo per ripiego e che per puro caso è riuscita ad avere per ben tre volte supplenze annuali, ma data la quantità di coincidenze necessarie possiamo chiamarli casi rari.
Magari invece si tratta di persone che sono state assunte da scuole paritarie che – si sa – fanno contratti un anno alla volta, così possono lasciarti a casa all’occorrenza (e comunque i primi tre mesi di prova non vincolanti ci sono, per cui basta anche meno di un anno per perdere il posto), e che però sono state ritenute insegnanti validi e utili alla crescita degli alunni e dunque della scuola.

3) Perché la mia abilitazione dovrebbe perdere valore solo perché anche un altro si abilita? Il problema esiste se esistono le graduatorie, per cui chi ha insegnato più di me mi scavalca. Ma se invece si potesse assumere gli insegnanti come ho detto al punto 2 (auspicabilmente con qualche garanzia in più)? Penso che aumenterebbe la tanto agognata meritocrazia: se non sei un buon supplente, non insegni niente ai ragazzi, non ti tengo. Tutto il mercato del lavoro funziona così. Io di certo sono ingenua, ma questo problema lo vedo solo nella scuola, che guarda caso è sui generis.

4) Non ci sono aule per fare il TFA speciale? Domanda: tutte le università italiane ospitano ora il TFA? Sono sicura di no ma non conosco i dati. Si potrebbe approfondire questo dettaglio di “capienza” del sistema universitario italiano e vedere se il problema logistico è risolvibile2 spalmandoci" di più.

5) Altra domanda che pongo perché sono ignorante: la questione dell’obbligo di assunzione dopo 3 anni di lavoro, cui l’Unione Europea ci spinge, c’entra forse con la proposta del TFA speciale per regolarizzare la posizione di chi ha più di 3 anni di servizio ma non ha un’abilitazione?

6) Esperienza personale: a settembre, a scuola iniziata, sono stata chiamata da una piccola scuola media paritaria per insegnare italiano, perché due professori erano stati chiamati in ruolo. Quei due erano abilitati, ne sono rimasti due più giovani non abilitati (in servizio da 3 e 5 anni), cui ci siamo aggiunti io e un altro. Io e quest’altro stiamo imparando ad insegnare grazie ai due più grandi, che non hanno passato il test TFA. Stiamo in pratica facendo un tirocinio con rapporto 1 a 1, ci confrontiamo sulla preparazione delle lezioni, delle verifiche, sui criteri di valutazione, sul rapporto con gli studenti e le famiglie. Dovrei affermare che questi due professori non abilitati non meritano di accedere al TFA? Non mi interessa difendere un diritto acquisito solo perché ho indovinato delle crocette.

Claudia Grassi

sabato 28 novembre 2009

Silenzio

Questo blog è rimasto silenzioso per molto tempo. Poi un anonimo ha lasciato un commento dicendo "Proprio quello che cercavo. Grazie". Non so cos'abbia trovato, ma vorrei capire. Aspetto che si ripresenti.
Intanto spiego le ragioni del mio silenzio: non mi serve più una via di sfogo, nemmeno culturale o estetico, perché grazie al Cielo ho sempre più a che fare con la verità, che è bella di per sé.
Ma tornerò.

domenica 30 marzo 2008

L'"originale" delle specie

«Tra un libro di Einstein e un libro su Einstein, scegli il primo. C’è più da imparare dalla oscurità di un maestro che dalla chiarezza di un discepolo. Gli scopritori di continenti hanno disegnato contorni sempre imprecisi delle coste, che oggi qualsiasi agenzia turistica è in grado di correggere. Preferisco chi ha scoperto i continenti».

Pontiggia ci ricorda che è bene preferire «l’oscurità di un maestro» alla «chiarezza di un discepolo», e su questa affermazione è facile trovarsi subito d’accordo. Ma quali sono i motivi che stanno alla base di questa convinzione? Occorre trattare con attenzione la questione, poiché nel rispondere a questa domanda è facile cadere in contraddizione.
Si può ritenere un bisogno proprio dell’uomo quello di rintracciare le cause di ciò che ha di fronte, e questa esigenza di ricerca continua delle origini è ultimamente la stessa che dà impulso allo sviluppo della conoscenza e della civiltà. Thomas Mann esprime mirabilmente questo stesso concetto: «Profondo è il pozzo del passato … È ben comprensibile che il suo mistero formi l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande» (MANN Thomas, «Le storie di Giacobbe», in Giuseppe e i suoi fratelli). Potrebbe sembrare che questo sia un fatto che non investa la nostra vita quotidiana, ma a ben guardare non è così.
Partiamo da un esempio che potrebbe riguardare chiunque: il dover scegliere tra l’opera di un autore e un commento, sapendo che quest’ultimo consente una lettura più agevole degli stessi concetti espressi dall’autore. In buona fede, facilmente saremmo attratti dal commento, o anche da più commenti, e questo non tanto per economia di tempo, ma soprattutto per completezza, in quanto il confronto tra le varie interpretazioni è certamente utile all’approfondimento di un testo. Ma occorre ricordare che esso non può essere fatto prescindendo dal testo stesso; così, infatti, subiremmo supinamente il parere di altri che – per quanto autorevole – resta un parere, senza contare poi che le semplificazioni e le schematizzazioni operate dai commentatori potrebbero anche involontariamente banalizzare il contenuto dell’originale. Ecco dunque che nell’intento di andare a fondo, ci siamo fermati alla superficie dell’opera. Questa contraddizione si ripropone ogni giorno nelle scuole e nelle università che basano l’apprendimento proprio sulla conoscenza indiretta, la quale è un metodo potentissimo e insostituibile ma che va applicato consapevolmente, pena il rischio di essere “plagiati” dai libri sui quali si studia.
Andrebbe pertanto riacceso un interesse prima di tutto per il testo originale, per la conoscenza dell’opera nel suo significato, che si offrirebbe così intatto anche e soprattutto alla nostra interpretazione di lettori, sprigionando la sua capacità di rispondere alle nostre domande e di suscitarne di nuove, caratteristica che nei classici della letteratura è molto spiccata ed è forse proprio essa a renderli tali. Afferma lo storico dell’arte George Kubler (KUBLER George, La forma del tempo. La storia dell’arte e la storia delle cose) che un artefatto originale nel suo ambito – e con questo si intende che esso si distingue dalle altre opere come un mutante si distingue dagli altri membri della sua specie, e impone conseguenze su tutta la sua discendenza – «allarga direttamente la coscienza umana … aprendo nuove vie al modo di esperire l’universo».

lunedì 24 marzo 2008

Ottava

Che vergogna, da troppo tempo non aggiorno il blog, e non ho neanche scritto gli auguri di Pasqua.
Mi permetto di fare una riflessione, e di parlare un po' dei fatti miei, ma solo per questo post, anche perché non credo siano fatti solo miei o, meglio, proprio perché sono miei possono essere di chiunque. Scusate la frase criptica, ma ho fatto apposta :)
Sono stata a confessarmi martedì mattina e il prete mi ha dato come penitenza di vivere bene il Venerdì Santo. Così mi sono ripromessa una Via Crucis che, così come quello che avevo in programma per il Giovedì, sapevo avrei fatto. Sono stati momenti intensissimi, in cui diventa davvero evidente che una coesione simile tra tante persone e così diverse non può dipendere da noi. La Chiesa che esiste da duemila anni non è un atto di volontà o affermazione di sé di qualche fanatico.
Non per niente, oggi mentre cercavo una parola latina nel dizionario mi è caduto l'occhio su religio, la cui definizione per l'etimologia rimandava a re-ligo: tenere insieme le cose.

martedì 12 febbraio 2008

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo

Premetto che non ho le competenze per fare di questo intervento una cosa seria. La mia vuole solo essere una riflessione su di un problema che mi si è posto, e al quale ho cercato di dare una mia motivazione. Sull’origine del mondo, credere alla religione o alla scienza? Non avendo trovato motivi a favore dell’una o dell’altra opzione che soddisfacessero pienamente le mie domande, ho cercato una conciliazione tra le due possibilità. E ho trovato che quest’integrazione, seppur probabilmente del tutto infondata, mi convince. Gradirei comunque conoscere il punto di vista di altri, così da migliorare il mio.

Accade che alcune persone neghino le teorie di Darwin sull’evoluzionismo. Del resto, è vero che sono teorie, e non leggi, in quanto non ancora dimostrate. Tutto quello che ci dicono però sembra puntare in quella direzione: la vita si è evoluta dai microrganismi fino a noi passando – cosa turpe a dirsi secondo alcuni – per le scimmie, che pare ci precedano immediatamente in questa linea.
Conosciamo tutti la storia del primo capitolo della Genesi sulla Creazione del mondo, che narra dal momento in cui dalla volontà di Dio è emanata la luce, seguita dalla separazione delle acque del cielo da quelle della terra, a loro volta separate dall’asciutto, e poi dalla creazione delle piante, degli animali marini e degli uccelli, degli animali che vivono sulla terraferma, e infine, il sesto giorno, dalla creazione dell’uomo.
E conosciamo anche l’ordine con cui l’universo e tutto quello che contiene (compresa la Terra con relative lito- atmo- idro- e biosfera) si sono formati, a partire da quella cosa grandiosa che fu il big bang fino ad oggi.
Io credo alla spiegazione del primo capitolo della Bibbia? Sì.
E credo alla spiegazione di tutti quegli scienziati che, nella storia dell’uomo, correggendosi con l’avanzare della conoscenza umana, hanno fornito l’attuale modello dell’universo e della comparsa ed evoluzione della vita sulla Terra? Sì.
Infatti la seconda è l’idea che l’uomo ricava dall’osservazione del mondo, la prima è il senso di quest’osservazione. Già Galileo nel suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo chiariva come la Bibbia fosse un testo scritto per allegorie ed analogie. È un testo che va interpretato, e del resto così è stato giustamente fatto in questi millenni di esegesi biblica, che non avrebbero motivo di esistere se la Bibbia andasse presa alla lettera.
L’ordine con cui le fasi della formazione del mondo vengono descritte dalle due “versioni” è lo stesso, cambiano solo i tempi. Ma per il significato che la creazione del mondo deve avere, è davvero importante indicare quanti decimillesimi di secondo o quanti miliardi di anni sono passati tra una fase e l’altra? Non mi sembra. È invece importante per la scienza, che si chiede come le cose siano fatte, e descrive quindi nei particolari la successione degli eventi. Ma, ripeto, questa successione degli eventi che viene descritta è la stessa.
Resta da chiedersi dove sia il posto dell’uomo in tutto ciò: se si è evoluto da una scimmia, l’unica differenza tra noi e i primati dovrebbe essere una manciatina di geni, che per un errore di trascrizione da una generazione all’altra abbiano causato la differenziazione della specie umana. Niente di più, quindi, di quello che distingue un pesce rosso da un cane. Ma questo, certo, è ignobilmente riduttivo. L’uomo è l’unico essere dotato di ragione e che agisce secondo stimoli ben più complessi del semplice istinto. L’uomo sa di esistere, sa che il mondo esiste, e su questi ed altri fatti si pone delle domande. Non si lascia vivere, ma vive.
C’è stato quindi un momento nella storia della vita sulla Terra in cui una specie ha compiuto un passo che l’ha posta intellettivamente al di sopra delle altre, e che è stato la base imprescindibile per lo sviluppo della civiltà, la quale trae impulso al suo sviluppo dalla curiosità e dal desiderio di conoscere. Se gli uomini non si fossero posti nessun quesito, non avrebbero mai cercato delle risposte. È quindi da porre qui la comparsa della ragione, probabilmente dovuta a un processo lento legato al progressivo sviluppo dell’area anteriore del cervello. Si tratta, in quest’ultima frase, di una spiegazione scientifica della cosa perché, come già detto, quella religiosa vorrebbe che l’uomo sia creato, e che quindi compaia già completo in ogni sua parte, ragione compresa.
Ma anche qui le due spiegazioni non stridono. Se è vero infatti che l’uomo è quel livello della natura in cui la natura ha consapevolezza del suo essere, prima di questo livello l’uomo non c’era. La specie umana compare quando compare la ragione, è la ragione stessa. La consapevolezza, per dirla in parole povere, diventa quindi lo spartiacque storico-evolutivo-spirituale tra la scimmia e l’uomo, e questa consapevolezza dell’io e del mondo, dello spirito e delle sue tensioni verso qualcosa di ingenerato da cui sente di dipendere e su cui si pone degli interrogativi esistenziali, anziché essere una somma di errori genetici, è una caratteristica inequivocabile dell’umanità, e può essere benissimo intesa, io credo, come parte del disegno divino universale voluto e iniziato con il fiat lux che ha provocato il big bang. Una volontà guida la nascita e l’evoluzione del mondo fino all’uomo.

Non potrebbe allora essere, come io credo, che entrambe le spiegazioni siano vere, e che siano semplicemente formulate in due modi diversi perché diverse sono le funzioni e gli scopi che queste due spiegazioni devono avere?

Correggetemi per ogni volta che sbaglio e ditemi la vostra, così da fare di questa riflessione quel vero Dialogo che si propone di essere.

mercoledì 16 gennaio 2008

Pizza e mandolino

Mi domando cosa penserebbe uno straniero che vedesse un telegiornale italiano di oggi:
1) il ministro della giustizia e sua moglie indagati per concussione;
2) i napoletani coperti di immondizia ma che non vogliono una discarica perché inquina;
3) il papa, la cui sede è Roma, che non può parlare liberamente proprio a Roma;
4) piazza di Spagna inondata da una cascata di palline colorate fatte rotolare giù da Trinità dei Monti.

Credo che se andassi all'estero e mi chiedessero di che nazionalità sono mi sa che risponderei che sono apolide...

martedì 15 gennaio 2008

"Vado d'accordo con tutti quelli che la pensano come me"

Il Dalai Lama sì, e il Papa no? E come mai? Fa differenza?

Ottima l'idea di certi docenti e studenti di contestare un invito fatto dall'Univesità stessa ancora prima che Benedetto XVI abbia il tempo di aprire bocca. E ancora più furbi dato che la loro protesta si basa su un discorso di ritrattazione delle accuse a Galileo - e non sulla condivisione delle stesse - fatta dall'allora cardinale nel '90. Discorso che i contestatori hanno citato, ma tagliando e cucendo in modo da far dire a Ratzinger l'esatto contrario di quello che ha detto.

Complimenti per l'ottimo criterio di ricerca scientifica e per la grande prova di democrazia.

giovedì 27 dicembre 2007

Pubblicità Regresso

È proprio vero che la pubblicità cerca in tutti i modi di creare dei bisogni che non abbiamo e di farceli passare per imprescindibili...
Spot numero uno: ti fa una testa tanta sul risparmio energetico che si potrebbe attuare non lasciando la televisione in stand-by, ma cavolo, ti tocca alzarti dal divano per accendere e spegnere! Che fatica sovrumana, direi la tredicesima di Ercole. E allora puoi spendere 39 euro e spiccioli per avere una spina particolare che attivi e disattivi con un telecomando, così non devi alzarti dal divano. Come se uno che ha finito di guardare la tv ha ancora intenzione di starci, sul divano!
Spot numero due: ti piace guardare la televisione al buio? E come fai se ad un certo punto non trovi più il telecomando? Forse fai la quattordicesima fatica di accendere la luce?? NOOO: sborsi qualche dindino e compri un telecomando luminoso!
Certo, mi immagino già che un telecomando simile consumi più energia di un telecomando normale, così puoi compensare il risparmio energetico dello stand-by con i soldi e l'inquinamento delle batterie in più che dovrai usare!
Logica impeccabile quella del consumo, no?

lunedì 24 dicembre 2007

Buon Natale

Benedetto XVI, Angelus, 11 dicembre 2005: «Costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli. Il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme. San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo il tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione. Il Presepe può infatti aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale "da ricco che era, si è fatto povero" (2Cor 8,9) per noi. La sua povertà arricchisce chi la abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: "Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc 2,12). Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila. Non c’è altro Natale».

venerdì 30 novembre 2007

Benigni tre ore ininterrotte

MILANO - Prodi e Berlusconi, Bindi e Bondi, Veltroni e Storace, Mastella e Casini, i Savoia. E con loro molti altri. Alla fine c'erano quasi tutti nel teatrino della politica dello show di Roberto Benigni su Raiuno. Un fiume in piena tra calambour, satira politica e frequenti richiami a battute su temi sessuali e "parolacce" volutamente inserite qua e là. Tema, quest'ultimo richiamato dal quinto Canto dell'Inferno che, nella seconda parte della serata, Benigni ha commentato.

Ma è un'ora circa, a ritmo serrato, Benigni prende di mira con lo scherzo e l'allusione il mondo poltico, tuffandosi nell'attualità. Il primo affondo è per i Savoia: "Mandate sms da 1 euro per una famiglia piemontese indigente, vissuta all'estero perché senza permesso di soggiorno. Si chiamano Savoia, hanno nomi altisonanti ma sono poveri: sono in 4 ma con 3 ville, hanno due yacht ma non possono comprare i due modelli nuovi usciti. Hanno chiesto 260 milioni per le spese, non vogliono di più. Il bello è che ora vuole i rimborsi anche il Granduca di Toscana, ma in fiorini d'oro e pure i Borboni vogliono soldi". Ma poi, come ci si poteva aspettare si arriva subito a Berlusconi: "Questione di democrazia: per cinque anni me la sono presa con il governo, ora tocca un po' all'opposizione". Ecco dunque Berlusconi che "c'ha avuto cinque mogli, di cui due sue" e che farebbe meglio a fondare "il partito del popolo dell'armadio", per quante volte ci si è nascosto dentro. Prodi che ha vinto le elezioni "con uno scarto di 25 mila voti, 25 mila coglioni, tutti omosessuali". E che "prima andava a messa una volta a settimana ma ora ha fatto mettere una cappella a Palazzo Chigi per pregare per la buona salute dei senatori a vita". Tremaglia che "in An non lo salutano più da quando gli italiani all'estero hanno votato a sinistra".

Benigni riprende i fili dei fatti degli ultimi anni e delle ultime settimane. Non potevano mancare battute su Mastella ("Mastella diceva sempre: o faccio il ministro o niente, ho faccio il ministro o niente. Ve lo ricordate, vero? Bene, è riuscito a fare tutte e due le cose...") e D'Alema: "L'hanno candidato alla presidenza della Camera e ha detto che per il bene delle istituzioni faceva un passo indietro. Poi alla presidenza della Repubblica e per il bene delle istituzioni ha fatto un passo indietro. L'avevo invitato qui, poi gli ho detto che avevo dato il suo posto a Veltroni e mi ha detto che per il bene della diretta faceva un passo indietro...". E ancora Francesco Storace: ("è un grande filologo, ha ripristinato il vero saluto romano: 'mortacci tua, te ceco l'occhi") e Buttiglione ("Il sesso governa il mondo. Uno per parlarne dovrebbe possederlo. Buttiglione è un grande filosofo, ma ha l'aria di uno che non ha neanche il pisello. Per carità, può darsi ne abbia due. Rocco e i suoi piselli").

E io aggiungo: è vero che la parte di satira politica è stata spassosissima - mi lacrimavano gli occhi dalle risate in certi momenti - ma il titolo della serata era "Il V dell'Inferno", non dimentichiamolo. La parte più interessante infatti era quella, e lo stesso Benigni in un'intervista anticipava: "Lasceremo parlare Dante. Ci faremo dire da lui cos'è quella nostalgia dell'infinito, quella ventata di annientamento che ci precipita addosso quando ci si innamora e smantella tutta la nostra vita, quella sensazione felice, pericolosa e rara che unisce sensualità e tenerezza e ci rende immortali. Ce lo faremo dire da lui con parole antiche e commoventi che hanno attraversato i secoli per posarsi sulle nostre labbra. Nulla di solenne, semplicemente la bellezza". Esattamente.

mercoledì 14 novembre 2007

La ricerca tra ragione e mistero

Oggi con due amiche sono stata alla lezione inaugurale dell’anno accademico 2007-2008 dei corsi di laurea triennale e magistrale in biotecnologie mediche e biologia molecolare, intitolata “La ricerca tra ragione e mistero”, in cui interveniva il prof. Vittorino Andreoli, psichiatra e autore di molti libri da me stimatissimo.
È stato un evento talmente interessante che sento l’urgenza di comunicare il suo contenuto al maggior numero possibile di persone, e perciò mi servo di questo blog, sperando che i visitatori abbiano poi il piacere di lasciare anche un loro commento.
Trascrivo quindi subito i miei appunti (ovviamente non rivisti da Andreoli… purtroppo non ho avuto un contatto ravvicinato…), così da ricordarmi meglio le parole del professore ancora ben vive nella mia memoria e cercando di mantenermi il più possibile fedele ad esse. Le mie aggiunte saranno poste tra parentesi quadre. Chiedo scusa per la schematicità di certi passaggi e per eventuali errori e mancanze: sono involontari.

Il prof. Clementi, introducendo l’incontro, ha citato S. Paolo: “L’amore sorpassa la conoscenza e per questo è capace di percepire più del semplice pensiero”.
Quindi Andreoli prende la parola, iniziando col concetto di nostalgia: egli la descrive come memoria dei sentimenti che si fonda su immagini che rievochiamo, e che spesso sono staccate dal contesto in cui si sono verificate. È rifare un viaggio nella memoria, che non è un magazzino in cui i ricordi sono sempre uguali, ma si spostano e cambiano. La nostalgia è scoprire e dare un senso a ciò che si è fatto, e così si riscoprono degli episodi passati a cui si dà un valore nuovo. Il suo sogno da giovane era quello di poter capire la follia attraverso le scienze di base (chimica, biologia…), e questa sua aspirazione gli è stata richiamata alla mente dall’invito che ha ricevuto a tenere questa conferenza. Adesso ha quindi capito alcuni fatti che al momento gli sembravano insignificanti, come ad esempio il gesto umano di un suo maestro, docente di farmacologia, che gli inviava dei soldi insieme alle lettere quando Andreoli si trovava in Inghilterra a studiare: questa comprensione è ora avvertita da lui come importantissima. Della storia della sua vita non vuole cancellare niente.
Passa poi al titolo dell’incontro e in particolare al concetto di ragione, definita da Kant come una categoria della mente. Kant infatti spiegò la mente come strutturata in modo tale da ordinare la nostra percezione del mondo; permette insomma di leggere in maniera razionale il mondo. Per fare questo essa si basa su alcuni principi individuati già da Aristotele: non-contraddizione, temporalità, causalità; perciò quando ci muoviamo nell’ambito di discipline che si collegano alla ragione non possiamo non seguirne i principi. Le conclusioni a cui si arriva in seguito ad uno studio vanno spiegate in modo che chiunque possa farne esperienza, infatti secondo Kant la ragione è una categoria di tutti gli uomini. Ma c’è un fatto nuovo, una scoperta degli ultimi decenni: oggi sappiamo che la categoria della ragione non è fissata e immodificabile, perché l’intelligenza, che ci permette di risolvere problemi nuovi, è plastica. Questo vuol dire che in alcune aree del cervello (frontale e parieto-temporali) c’è la possibilità di nuove strutture che si fondano sull’esperienza: essa permette di arricchire la struttura che è alla base della ragione. Un premio Nobel [di cui non ho capito il nome] ha dimostrato che l’apprendimento (cioè un’esperienza) si lega ad una struttura cerebrale, e si ha una modificazione della struttura anatomica di alcune vie della memoria; perciò la ragione risente dell’esperienza, della storia, della società.
Se legassimo tutto alla ragione, afferma Andreoli, faremmo di nuovo il positivismo, un “neo-neo-positivismo”: diremmo che tutto ciò che sappiamo è dovuto alla ragione, e tutto ciò che non sappiamo lo sapremo in futuro attraverso la ragione, ma non è così.
Il professore spiega poi un altro termine del titolo: il mistero. Il mistero non è un pensiero irrazionale: irrazionale è un’errata applicazione dei suddetti principi della ragione. E nemmeno si può dire che il mistero sia contro la ragione: semplicemente è qualcosa che la ragione non spiega, è una dimensione altra rispetto alla ragione. Una tale affermazione era già stata fatta dalla cultura greca, che distingueva tra logos (discorso razionale) e noumeno (ciò che la ragione non capisce ma verso cui siamo attratti). Quest’ultimo comporta l’emozione e il sentimento, di fronte ai quali non si può essere distaccati, a differenza del logos. Andreoli spiega che quando si trova davanti ad una persona presa da forte paura e panico, non può essere distaccato, non può limitarsi a descrivere il fenomeno: deve partecipare, magari prendendo per mano la persona, e in questo modo rassicurare dandosi all’altro. Non capire (spiegare), ma comprendere (andare verso l’altro). Kant stesso, nonostante tutto, ha voluto che sulla sua tomba si scrivesse “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.
Segue la definizione di ‘sacro’, che è stato analizzato da un antropologo tedesco e da questi descritto come una categoria della mente. Riprende così gli stessi termini kantiani ma per spiegare ciò che attrae e spaventa. Noi tutti percepiamo il sacro, e le religioni sono una risposta al bisogno di sacro che ciascuno ha. Esso non è riducibile alla ragione e alla posizione logica o a una dimostrazione. Il mistero quindi esige una comprensione diversa rispetto a quella del logos, e questa nuova categoria permette di percepire il sacro. Il mistero acquista così una dimensione che non è secondaria, perché l’uomo nel suo sforzo di capire sé e il mondo si trova davanti a due dimensioni.
Andreoli racconta di un suo collega che voleva convincere il CERN a costruire un’apparecchiatura che permettesse lo studio di nuove particelle, la cui realizzazione avrebbe richiesto quarant’anni: è un esempio di come la ragione e il distacco dello studio permettano tempi lunghissimi per la scoperta. Ma il mistero e il sentimento esigono risposte immediate per il rapporto col mondo: non si può consolare una persona che soffre dicendole che tra due anni starà di nuovo bene. Abbandonando gli studi in laboratorio ed entrando nel manicomio lui è passato dal logos al noumeno, ed è stato affascinato dall’“uomo rotto”. Ci sono quindi due categorie diverse, la ragione e il mistero, che servono per descrivere il mondo. La prima non esige una risposta immediata, mentre la seconda non può aspettare. Il termine ‘mistero’ ha un’origine lontanissima, e significa “cosa nascosta, segreta”.
Tra queste due categorie bisogna porre la ricerca scientifica. Siamo sicuri che essa si coniughi con la verità? Oppure siamo disposti a pensare che la verità dell’uomo sia una compenetrazione di queste due forme di sapere? Andreoli cita qui alcuni fisici – che quindi si occupano dei fenomeni studiandoli dall’esterno – e un letterato [di cui purtroppo mi sono sfuggiti i nomi]: “La scienza non può darci la verità, non ha questo per fine. Ha una funzione pratica che è indirizzata all’azione”; “La scienza fa dei modelli di ciò che intende studiare”, il che significa che la scienza non studia direttamente la realtà, ma una sua interpretazione; “La scienza non ci dà la verità oggettiva, ma solo una sua concezione di legalità”, cioè di convenzionalità e coerenza; “I barbari della specializzazione: fenomeno tipico delle scienze”. Siamo sicuri che la scienza applichi sempre il principio di causalità? Esso non è necessario forse solo al determinismo? “Il rapporto causa-effetto è una comoda generalizzazione per gli scienziati, ma non ha riscontri nell’uomo”.
Il mistero ha una dimensione di fede. In ogni momento della nostra vita noi ci fidiamo, poiché il credere è essenziale alla vita e senza di esso non si vivrebbe. Si pensi anche solo a quando vogliamo nominare una cosa: dobbiamo necessariamente fidarci che il suo nome sia quello e non un altro. [In altre parole: non può ogni uomo compiere da capo il cammino della conoscenza umana, altrimenti non ci sarebbe mai progresso, perché non basterebbe non dico una, ma nemmeno cento vite.] Perciò la fede non è secondaria, anzi.
Il mistero è talmente importante nella nostra vita che c’è persino nella scienza. Pensiamo alla scienza del sempre più piccolo e del sempre più grande: è un mistero. L’universo è infinito o illimitato? Nessun astronomo finora ha risposto. Così accade anche per il sempre più piccolo: pensavamo di doverci fermare agli atomi, e invece siamo arrivati ai quark, e così dalla divisione scopriamo particelle sempre più piccole. O pensiamo al mistero della morte. Andreoli dice che, dovendosi occupare di cartelle cliniche, si cerca sempre di attribuirla ad una malattia, solo perché nessuno la accetta. Allora si scrive “è morto per arresto cardiaco”: ma come si fa a morire per arresto cardiaco? La morte è un mistero.
Quando noi affrontiamo questi temi con distacco riduciamo la vita ad una serie di passaggi. In fondo, fa notare il professore, la grandezza della scoperta del DNA sta solo nel saperlo leggere, perché il DNA già c’era. Ad un concerto applaudiamo il direttore e l’orchestra… Ma il compositore? La scienza legge qualcosa che già c’è, e noi non sappiamo perché. Bisognerebbe premiare il “compositore” di quella realtà di cui la scienza fa solo una piccola lettura.
Occorre ricordare che la ricerca scientifica ha dei forti pericoli. Il primo è quello del riduzionismo, cioè l’idea che un fenomeno diventi ciò che si è studiato. Un biologo non può dire di aver scoperto il gene che provoca la depressione, perché il gene non ne è l’unica causa. Scientificamente, ogni comportamento è il risultato di tre fattori: biologia, esperienze, contesto. La biologia dà un apporto straordinario perché studia le disposizioni a un comportamento, ma non lo determina. Il secondo pericolo è quello del meccanicismo, cioè il pensare che l’uomo sia una macchina, sottraendogli così ogni libertà. Questo, oltretutto, va anche contro la plasticità spiegata prima. Il terzo pericolo è quello del razionalismo radicale: con la ragione infatti non si risolve tutto. Un ateo afferma l’inesistenza di Dio, mentre un non credente sa che, come spiegava Pascal, non basta la volontà per credere, ci vuole un’esperienza di Dio. [“Sono un non credente che vorrebbe credere, ma che sa bene che non basta voler credere per credere (lo affermava Pascal). Un non credente che si chiede perché egli non veda in un bambino il Dio fattosi uomo, mentre altri lo percepiscono in maniera evidente, fino a considerare incomprensibile che uno non creda.”, in ANDREOLI Vittorino, Per chi non crede e per chi soffre.] Nell’ateo c’è quindi un razionalismo radicale che nega una possibilità, mentre nel non credente la ragione si lega all’esperienza.
La ricerca esiste anche come ricerca del senso dell’uomo e del suo senso del mondo. La ricerca scientifica va fatta ma bisogna porsi anche la questione della ricerca del proprio senso e di quello della ricerca stessa, e questo non fa che portare all’uomo intero. La follia, ad esempio, è forse la maschera del dolore di un uomo: non posso ridurla ad una molecola. La ricerca non deve limitarsi alle strumentalizzazioni. Un farmaco che serve all’esistenza non risolve la questione del senso dell’esistenza stessa, che costituisce la ricerca più grande. Dobbiamo affrontare il limite della nostra comprensione, che ha uno specchio più vasto su cui si proietta. Solo se considereremo questa dimensione più ampia della ricerca, allora sarà bellissimo sapere che pur studiando bene ci sarà sempre una domanda sul senso della ricerca, perché il ricercatore stesso è un uomo e l’oggetto della sua ricerca è diretto all’uomo.
Cercando sempre il senso dell’uomo dentro il mondo anche il problema etico diventa più semplice, perché si basa così su una coerenza: non con degli interessi, ma sulla coerenza con l'uomo. Prima che scienziati, occorre essere uomini.